Erto /nèrt
Borgo
Erto tra boschi, prati e cime
“La vallata. Nido di volpi e bisce cornute, fors’anche di orsi, lupi ed altre fiere, regno di camosci, cervi e caprioli, martore, marmotte, aquile, cedroni, falchi e d altri grifi.
Fatta di balze rocciose sfaldatesi al sole e al gelo, coperta di cornioli e noccioli su un lato, dipinta dalle mille tonalità di pascoli, dei prati, delle abetaie e dei faggeti sull’altro.
Rumorosi e limpidi ruscelli, cascatelle dove l’acqua gelida si trasforma in miriadi di goccioline iridescenti al sole di primavere e in castellieri di ghiaccio, enormi stalagmiti, frange trasparenti come pizzi ricamati, l’inverno.
Rocce dai mille colori, contorte o arrotolate su sé stesse in fantastici movimenti avvolgenti, quasi che il dolore della terra, madre assoluta di tutte le cose, rivelasse in quelle tribolate sue manifestazioni, quanto sofferto fosse stato, per lei, creare tanto miracolo per la felicità delle sue creature.
E balze e prati, curati campicelli di terra certosinamente setacciata dai sassi e messi là come fazzoletti colorati sui pendii ripidi, oltre i muretti grigi, quasi fossero panni fioriti stesi al sole perché li asciugasse.
Boschi di faggi, di abeti, di larici e di betulle. Cespugliati di carpini e di noccioli, di ginepri e di agrifoglio. Le gamme dei colori, ad ogni stagione, trasformavano in tavolozze diverse il susseguirsi degli scenari sempre nuovi e tali che nessuno, mai, potrà trovare aggettivi possibili per descriverli.
Canti di cuculi, merli, fringuelli, pettirossi, allodole e cinciallegre, frusciare di ghiri, saltare di lepri, stormire di rapaci; quasi che tutte le musiche della natura cantassero tra le cime e le rupi unendo le loro voci a quella del vento”.
Da “Vajont Leggende Storia Cronache” di Felice Filippin Lazzeris














